“Rickshaws” by Marc De Tollenaere
Questo reportage è stato eseguito nel settembre 2005 a Kolkata, India, dove si trovano gli ultimi tiratori di rickshaw (i cosiddetti uomini cavallo) al mondo. La notizia è che il governo del West Bengala ha deciso di farli sparire per sempre dalle strade di Kolkata, e questa legge doveva già entrare in vigore ad agosto, poi è stata rinviata, ed è un provvedimento che interesserà 6000 persone (2000 con regolare licenza e 4000 irregolari) che di colpo si troveranno senza lavoro e le loro famiglie cui verrà a mancare l’ unico mezzo di sostentamento.
Con loro se ne va un simbolo di Kolkata e forse di tutta l’ India, erano stati introdotti da un giapponese nel 1880 ed il best seller di Dominique Lapierre “La città della gioia” li ha resi immortali. Il motivo principale di questa decisione da parte del governo del West Bengala è che si tratta di un lavoro vergognoso e lesivo della dignità umana, ma sembrerebbe ci siano anche dei motivi più ambigui, per esempio il potere delle corporazioni dei rickshaw a pedali (che continueranno ad esistere), dei tassisti e dei tricicli a motore che stanno cercando di avere meno concorrenza. Una giornata lavorativa fa guadagnare da 250 a 350 rupie (l’ equivalente di 5 e 7 euro) cui vanno sottratte le 20 rupie al giorno da pagare per il noleggio, ed inizia alle 6.00 di mattina quando i più fortunati accompagnano i bambini delle famiglie ricche a scuola, e termina alle 22.00. Ci sono anche i rickshaws che fanno il turno di notte. Tutti i rickshaw men che ho incontrato provengono dal Bihar, una regione molto povera e vicina al West Bengala, dove le loro famiglie sono rimaste. A Kolkata spesso i rickshaw men condividono in parecchi la stessa camera, stando anche in 22 in meno di 18 metri quadri, ma alcuni non guadagnano abbastanza nemmeno da permettersi di pagare una porzione di affitto e dormono all’ aperto, rannicchiati sopra o sotto il loro rickshaw. Indù e musulmani vivono tranquillamente insieme e condividono gli uni le feste religiose degli altri. All’ inizio, quando mi sono avvicinato a loro per stabilire un contatto (molto difficile perché nessuno di loro parla inglese) e poco dopo gli ho proposto di farmi vedere dove abitano, alcuni ne erano entusiasti perché dimostravo interesse per loro e per quello che facevano, altri invece erano molto sospettosi e temevano che fossi lì per fotografare la loro povertà. Io però non sono venuto in India per fotografare la povertà, semmai la dignità, di queste persone che sopportano un lavoro durissimo sotto un sole tremendo, sopra l’asfalto infuocato e spesso senza scarpe per otto mesi all’ anno e sotto la pioggia battente, con l’ acqua fino alle cosce per i rimanenti quattro mesi durante il monsone. Durante la stagione delle piogge, tra l’ altro, i rickshaws diventano particolarmente utili perché sono l’ unico mezzo di trasporto in grado traghettare i passeggeri attraverso le stradine di Kolkata che in un batter d’ occhio vengono inondate dalla furia del monsone. E girare attraverso le stradine di Kolkata, lontano dal traffico infernale delle grandi arterie diventa un’ esperienza unica perché si entra in contatto con la vera vita di questa città, dove tutti vivono all’ aperto e fervono nelle loro attività sia di giorno che di notte. Ho visto i quartieri musulmani dove le donne vestono di nero e girano completamente coperte e gli uomini vestono di bianco con uno strano cappello sulla testa, ho visto i bambini girare nudi sui marciapiedi e i tassisti dormire sdraiati sul cofano della macchina. I rickshaw men spariscono, nella Kolkata di oggi non c’ è più posto per loro e sono probabilmente le prime vittime del futuro boom economico che tutti si aspettano dall’ India.